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Lannunciazione
di Simone Martini: un esempio di Religiosità
cortese del Trecento italiano.
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Lesempio del senese
S. Martini è tra i più celebri e tra i più
alti (in senso pittorico) che possano farci
capire il modo in cui gli artisti, gli artigiani e il popolo
intendessero la religiosità nel Trecento.
Simone Martini morì in Francia, ad Avignone, nel
1344. Il suo non fu un viaggio di sola andata; varie volte
fece ritorno in Italia conservando dentro di sé i
semi del prezioso gotico francese (soprattutto
architettonico e scultoreo) che non tarderanno a germogliare.
Dobbiamo però precisare che esempi di arte francese
erano già presenti in Italia (soprattutto in Umbria)
e che Simone Martini è documentato in Francia non
prima del 1336.
Non è legittimo parlare di una tradizione gotica
in Italia, largomento è decisamente rischioso
da affrontare.
In sostanza sarebbe come parlare di un rinascimento
francese. Ci sono movimenti i cui centri propulsori
sono ben definiti e ciò che si produce al di fuori
di essi non è altro che un surrogato...leco
di un grido (ma il termine surrogato non deve
essere inteso in senso negativo).
Tanto per fare un esempio: la celebre basilica di S.Franceso
ad Assisi è considerata da molti addetti ai
lavori un classico esempio di gotico italiano.
In realtà dovrebbe essere considerata lo splendido
frutto di ciò che hanno prodotto maestranze italiane
suggestionate dai maestosi esempi francesi come le cattedrali
di Chartres, Notre Dame e cosi via.
Questa premessa è necessaria per addentrarci in ciò
che è lalter ego del gotico in Italia: la pittura
di Simone. Si tratta di una pittura che cerca di esprimere
i goticismi architettonici nei gesti umani, nei troni dipinti,
trattati come facciate di cattedrali, nelle vesti lanceolate
(a punta di lancia) e nei ricami.
Ciò che colpisce quando si osserva la tavola più
celebre del pittore, lAnnunciazione degli Uffizi (dipinta
in collaborazione con Lippo Memmi che, molto probabilmente,
si occupò delle parti laterali) è il modo
in cui sono rappresentati langelo annunciante e la
Madonna. Eppure, il terzo protagonista di questa fiaba trecentesca,
su cui intendo porre un accento melodico, è quel
vaso prezioso di preziosi gigli, trattato - direi rispettato
- come non si sarebbe mai fatto prima. Simone ha il coraggio
di definire nei minimi dettagli un vaso di fiori come una
figura e a uno sguardo più attento quei gigli appaiono
aggressivi e fieri di sé; si ergono fra langelo
e la Madonna senza il minimo timore di sfigurare, sono uno
zampillo dacqua che fuoriesce carnosa e prepotente
da una fontana dorata.
Ma questa è una di quelle opere che vanno lette come
una partitura musicale, a partire dallalto nella zona
di sinistra. Le ali dellangelo sono estremamente allungate;
la genialità dellartista risiede proprio nellaver
reso queste ali in un realismo inedito per lepoca
in cui furono dipinte, raffigurate nellattimo precedente
al loro ripiegarsi su se stesse (essendosi larcangelo
appena posato sul suolo). Oltretutto, non se ne vedono le
estremità: (soprattutto dellala principale)
questo sembra produrre leffetto di una lunghezza estrema
senza, però, renderle deformi ai nostri occhi.
Il mantello dellangelo segue il dispiegarsi delle
ali, essendo stato reso, a sua volta, mentre fa i conti
con lultimo guizzo daria dopo il volo di Gabriele
, ed è come se si servisse delle ali per cercare
lequilibrio definitivo.
Oltre agli splendidi brani di natura morta vale la pena
di concentrarsi sui gesti dellarcangelo. Il ramo che
tiene in mano è trattenuto con la stessa eleganza
con cui si terrebbe un calice, le dita si piegano in maniera
quasi sensuale. La mano destra, al cui polso si noti il
fuoriuscire sottile della sottoveste, si contrappone alla
sinistra ed assieme formano unapertura magnifica,
una gestualità dalleleganza assoluta.
Per apprezzare e sentire la potenza di quella splendida
dama in veste di Maria il nostro occhio deve iniziare a
posarsi sul panneggio lanceolato in basso, che è
una sorta di primo gradino del gesto di pudicizia che progressivamente
si amplifica nella parte centrale: il corpo della Vergine
sembra infatti quasi spezzarsi fra il bacino e le gambe,
il che enfatizza la sua sorpresa e il sottile timore. La
spalla e il volto inarcato sono lultimo gradino
di questa figura che gradualmente si ritrae tutta in un
insenatura di pudicizia che allo stesso tempo sembra quella
di una dama corteggiata da un pretendente. Inutile insistere
su altri particolari, tra cui le mani dellaVergine che non
fanno altro che contribuire al crescendo musicale partito
dalle mani dellannunciante; infatti, anchesse
si contrappongono, ma in maniera decisamente più
ansiogena e non meno elegante. Il gesto dellangelo
è posato e calcolato, quello di Maria è frutto
distinto, ma forse è proprio questo a renderlo
unico. La parte più commovente delle mani credo siano
i due pollici, che affondano luno nel ventre profondo
del libro di preghiere (come se la pressione esercitata
fosse il segno di una repentina chiusura), mentre laltro
afferra e tira un lembo di veste con cui Maria ansiosamente
si copre, chiudendosi in un guscio di prezioso ed antico
candore.
Il contatto tra i due è inciso a mò di vignetta
sul legno e sale dal basso verso lalto suggerendoci
unintensità crescente. Il pavimento sembra
fatto del più prezioso dei marmi; il vaso-fonte che
si gonfia è la parte centrale di una bilancia e i
tre archi acuti in alto non riescono più ad inquadrare
i personaggi in modo preciso. Lintento è evidente:
langelo non riesce, ma soprattutto non vuole stare
chiuso nellarco che lo sovrasta, protende verso Maria,
sconfina nella parte centrale, si intromette in un momento
di vita quotidiana della donna. Larco centrale è
una fase di passaggio: inquadra tutti i personaggi e terrebbe
sotto di sé anche il volto di Maria se non si fosse
ritratta per il sottile spavento. Lo stesso trono decorato
da quei preziosi motivi miniatori sconfina nella parte centrale:
oramai non è più tempo di tenere i personaggi
imbrigliati in rigidi schematismi arcaici ed il genio di
Simone lo sa.
Ma perché tanta naturalezza? Il Trecento è
il secolo in cui matura una coscienza religiosa che non
sembra più sentire i sacri personaggi distanti dal
modo di vivere, di essere e di esprimersi propri della dimensione
umana; il primo artista a farsi interprete maturo di questa
svolta è Giotto. S.Martini ha interiorizzato la lezione
giottesca e concede il lusso di trattare i santi non solo
come uomini, ma come delicati personaggi di una fiaba cortese.
Riccardo Prencipe
riccardo@lupercalia.it
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